Camino Frances


Diario di pellegrinaggio sul camino frances

La prima esperienza

Come spiegato, la partenza era programmata da Astorga. Dopo varie indagini e valutazioni, è stato scelto l’aeroporto di La Coruna. Essendoci una gara internazionale di podismo, abbiamo potuto usufruire di agevolazioni sul biglietto. Astorga l’avremmo poi raggiunta in treno, esperienza interessante e curiosa, circa a metà corsa il bigliettaio ci fece alzare e ribaltò le poltrone e così il vagone era più conforme all’inversione di marcia del treno dalla stazione a fondo chiuso dove eravamo giunti.
Arrivati ad Astorga, ci accolgono due cicogne, che avremmo visto quasi tutti i giorni nel nostro pellegrinaggio.
La cittadina di stampo rurale, con strutture piuttosto modeste, possiede comunque una stupenda cattedrale. A lato della stessa troviamo uno pseudo castello un po’ kitch, che ospita il museo del Camino de Santiago de Compostela. Arrivati all’ostello, ci comunicano che è completo, ma che ci avrebbero accompagnati a quello comunale, poco distante. Il primo passo, dopo la registrazione, è l’acquisto della “credencial” al modico costo di 1 €, che viene subito timbrata col mitico “seglio” che spesso rappresenta una conchiglia.
Girovagando per la cittadina, è giunta l’ora di cena, ovviamente l’orario nostro, perché i spagnoli di regola iniziano quando noi abbiamo bevuto il digestivo. Quasi tutti i ristoranti offrono il menu del pellegrino a un prezzo modico che comprende anche una bottiglietta di vino da pasto. Ci intratteniamo con l’oste che racconta un po’ di aneddoti e la vita intorno al “business” del camino. Si ride e si scherza e ci offre il tradizionale chopito, grappino alle erbe di produzione casalinga.
Nonostante il caldo e i vari “russatori”, riesco a dormire qualche ora, nello stanzone occupato da una decina di pellegrini.
Il mattino partiamo di buonora e man mano che lasciamo la cittadina, percorriamo una stradina sterrata in pianura. In lontananza si intravedevano delle colline che sembravano innevate sulla sommità. Continuiamo ad incontrare cicogne, pensavo fossero una particolarità dell’Olanda e Alsazia, ma qui in Galizia ce n’è un numero impressionante.
Il percorso incomincia a salire ma è piacevole e quasi sempre su terreno sterrato. Arrivati a Rabanal, piccolo paese tutto in sassi e abbastanza evidentemente restaurato decidiamo di proseguire ed incominciamo a risalire la brughiera, piena di ginestre bianche e gialle ed arbusti alti 2 metri d’erica.
La salita ci porta a Foncebadon, gruppetto di case di stampo celtico semidistrutto, ma qua e la si vede qualche restauro in corso. La storia racconta che fu raso al suolo dai Templari perché abitato da briganti che derubavano i pellegrini. Dopo la visione del minuto ostello decidemmo di dormire alla pensione, semplice, pulita e con una buona cucina che come tradizione vuole è iniziata col “caldo gallego”. La giornata di cammino ci ha portati a 1’400 m ca., con un percorso di 26,3 km e un dislivello di 532 m.

Verso il punto più alto

Dopo una buona colazione partiamo per la mitica Cruz de Hierro, ossia il punto più elevato del percorso, 1’475 m. La visione del paesaggio è da mozzafiato, sembra di essere davanti ad una ripresa dei documentari di National Geografic. Tutte le montagne colorate da erica rosa, la bruma che copre come un manto i pascoli e i ruderi e resti medievali si specchiano in un cielo da cartolina.
Arriviamo quasi subito su un cocuzzolo di detriti, sul quale si erge un questo palo della luce con alla sommità una piccola croce di ferro. La tradizione vuole che qui si deponga un sasso portato da casa, e visto che ognuno aveva lasciato qualcosa di personale, decisi di lasciare li la rondella del mio bastone. Per curiosità, fuori percorso, saliamo fino ad una stazione radar da dove la vista era stupenda.
Incomincia quasi subito la discesa, dopo un’oretta raggiungiamo un piccolo paesino e ci fermiamo a chiacchierare in un piccolo negozio di commestibili. La signora è molto simpatica e ci mostra anche alcune foto del paese sommerso dalla neve.
Continuiamo la discesa attraverso stupendi castagneti e raggiungiamo Molinaseca. Ci fermiamo all’entrata dello stupendo paese, con un bellissimo ponte romano, ben conservato. Ogni tanto si incontra qualche pellegrino e spesso anche qualcuno incontrato il giorno precedente.
Traversato questo stupendo paese, incomincia l’orrore. Dopo queste stupende brughiere ritorniamo in piena civiltà. Strada larga, molto trafficata, in pieno sole su un largo marciapiede a placche di cemento. Neanche farlo apposta al termine di questo kilometrico stradone, troviamo una lapide che ricordava un pellegrino inglese deceduto in quel punto, ma finalmente ci inoltriamo in un tratto secondario, un po’ meno trafficato.
In lontananza s’intravede il castello di Ponferrada. La cittadina mostra una percettibile intraprendenza, con interventi di restauro o recupero estetici e funzionali. L’ostello è stupendo ed è dedicato a San Nicolau della Flüelen e ovviamente era stato finanziato con fondi svizzeri. Bella cucina e soggiorno, moderna lavanderia e stanzette per 4 persone con a disposizione, previo pagamento di un piccolo obolo a scelta, internet, che ho subito utilizzato per informare casa ed amici di quanto vissuto. Incontrammo vari italiani, e dialogammo tanto con un “dottore” brasiliano (magistrato), che soffriva d’una terribile tendinite. Quando Aldo, il mio compagno di viaggio terapeuta, lo vide col suo tubetto della Procter & Gamble (Palvolive per intenderci), gli fece un trattamento.
Dopo la doccia girammo per il centro, e mi colpì una glicine che aveva un tronco di almeno 30 cm di diametro. Cenammo sull’enorme piazza, ma purtroppo non scegliemmo il migliore dei ristoranti! Rientrati all’ostello bevemmo una birra che volevamo offrire anche all’amico Brasiliano, ma lo stesso ci spiegò che durante tutto il pellegrinaggio non avrebbe parlato della sua persona e bevuto alcool. Sfogliai il giornale locale, e mi incuriosì il fatto che non era in uno spagnolo famigliare. Mi informai e mi spiegarono che si parlava di nuovo il “leonese” nella regione di Castilla y Lèon, antico “dialetto” (guai a definirlo tale) rimasto vivo nel tempo, nonostante il franchismo l’avesse vietato. Ora vi sono persino alcune scuole che insegnano questa lingua. Presi poi i miei appunti e calcolai che avevamo percorso 915 m di dislivello in discesa pari a 25.4 km di percorso, ma visto la fatica sul tratto cementato mi sembravano molto di più.

La stupenda valle del Bierzo

Il giorno dopo si prosegue, partenza mattiniera, era ancora leggermente scuro, rincorsi due ragazze inglesi che avevano mancato una deviazione. Mi colpì il fatto che rispetto al mio avevano un sacchettino che al massimo poteva contenere poca biancheria, un maglione e una giacca a vento ed un piccolo porta oggetti da toilette. Erano state sagge!
Camminammo per chilometri tra vigneti di basso ceppo. Attraversammo poi un pioppeto, e sul terreno sembrava avesse nevicato. Sul percorso ci intrattenemmo con una coppia della svizzera francese che però avevano una casa in valle Maggia, parlavano molto bene l’italiano. Dopo vari sali e scendi, ma con poco dislivello, scendemmo verso Villafranca del Bierzo.

Dov’è Lancillotto?

L’impatto fu colossale e non occorreva sognare, magari non ci azzeccavo con l’epoca e la regione, ma l’impressione era che da un portone prima o poi dovesse uscire Lancillotto e più in là, San Francesco.
Girammo tra imponenti mura e case con massicce inferiate, ornate da imponenti stemmi delle varie famiglie che vivevano in quel reame.
Purtroppo, nonostante non fosse stata una giornata impegnativa, 22,7 km percorsi e poco dislivello, incominciavo ad aver problemi col ginocchio sinistro e anche una delle ragazze incrociate alla mattina stava rimirando le sue fiacche seduta su una panchina in giardino. Le spiegai che conveniva dare una cucita alla fiacca e mi corrispose uno sguardo molto scettico, ma poi accettò di provare la singolare cura.
Cenammo in un ristorante sull’accogliente piazza del paese in compagnia dei Vallesani conosciuti prima.

Partenza per la Galizia

Alla mattina ci rechiamo all’ostello privato in faccia, che possedeva anche il bar per fare una piccola colazione. Leggiamo che per 2,50 € avrebbero portato i sacchi ad un ristorante della nostra prossima tappa, e ne approfittammo subito, considerando anche il mio ginocchio che sembrava abbastanza gonfio.
La giornata incomincia percorrendo la strada nazionale, ma per nostra fortuna era quasi deserta. Scoprimmo dopo qualche chilometro avanti,che sopra il nostro capo, a un’altezza impressionante, c’era la nuova superstrada che ovviamente s’è impossessata di tutto il traffico in transito nella zona. Ma l’asfalto continuava e il ginocchio aumentava il gonfiare. A Trabadelo vedo una farmacia e mi faccio consigliare dalla dottoressa Anna, che informatasi delle mie abitudini mi prescrisse il gel Fastum e delle pastigliette omeopatiche di arnica, il tutto per una modica spesa di 8 €.
Man mano che continuavo a camminare mi frullavano mille pensieri per il capo, e poi incominciavo a chiedermi: ma chi te lo fa fare? Reduce da vari anni di collegio salesiano, mi chiesi ma che peccati devo spurgare? Mentre zoppicavo per continuare, riflettei sulla cosa e addirittura tradussi la domanda in “cattolico” per vedere se la situazione era grave. Conclusi che in fondo l’unica cosa grave era che amavo mia moglie e che non santificavo le feste, e osai concludere che non poteva essere poi così grave. All’improvviso, non so se fosse stato per la distrazione dovuta ad un uccellino che sfrecciò molto vicino, i pensieri cambiarono radicalmente aspetto, quasi come avessi “girato medaglia” ( come il famoso detto: “il rovescio della medaglia”), mi trovai a considerare che, nonostante fossi cresciuto senza genitori, molta gente mi ha voluto bene nella vita, e qualcosa può anche andare un po’ storto ogni tanto! Quando mi ripresi un po’, la sorpresa fu che vedevo che anche Aldo era partito con la sua mente e sparì letteralmente dalla mia vista proseguendo per i fatti suoi il cammino.
Finalmente ci allontaniamo dalla strada principale e passiamo da piccoli villaggi, che a suo tempo erano famosi per la lavorazione del ferro (Herrerias). Ci fermiamo lungo il fiume ed Aldo mi visita il ginocchio e applica la pomata appena acquistata.
Continuiamo il cammino in salita tra stupendi pascoli e selve. Ogni tanto oltrepassiamo qualche fattoria con evidenti simboli pagani scolpiti in alcune delle pietre di queste antiche costruzioni. Incrociamo dei gruppetti di pellegrini tedeschi, e mi colpì che avevano un sacchetto ancora più piccolo delle ragazze inglesi, e mi sembrava impossibile che potessero fare il cammino con così poco. A un certo punto arrivammo ad una croce che segnalava il confine con la Galizia, e chiesi a un pellegrino, se poteva farci una foto seduti sullo scalino della croce.
Quando lo ringraziai per l’intervento, approfittai per levarmi la curiosità sul sacco così minuto. Mi spiego che loro percorrevano solo le parti più belle del cammino e che su in cima in una stanza d’albergo c’era già la sua valigia portata dal loro torpedone durante la giornata. Bo’…! Comodo pensai, ma certamente non lo definirei un pellegrinaggio!
Continuiamo la salita e sulla cima appare El Cebreiro, stupendo villaggio celtico, costruito tutto in sasso a secco.
Ritiriamo il nostro sacco al ristorante e andiamo all’ostello. La costruzione era stupenda ma mal gestita e sporca, non aveva più acqua calda e varie lampadine nei bagni erano fulminate.
Dopo la tradizionale doccia ed attenzione dedicata ai piedi, andammo a cena nel ristorante dove ritirammo i nostri zaini. Più che un ristorante sembrava di essere a casa dei proprietari, poiché in pratica tutte e tre le generazioni si trovavano nell’unica sala della trattoria. Ci accolgono con simpatia e si nota subito che qui si parla un’altra variante di spagnolo. Spesso vengono usate espressioni simili al nostro dialetto ticinese e nella tonalità sembrava più prossimo al portoghese che al castigliano.
Ci chiesero se volevamo cenare e arrivò subito una grande scodella di caldo gallego e una bottiglia di vino della casa.
Mentre assaporavo la gustosissima zuppa, non potei fare a meno di notare la vicina di tavolo, che ripeteva un strano mormorio. Continuava a brontolare in inglese, ma dall’accento si capiva che doveva essere olandese. Visto che era sola e che non si esprimeva nella sua lingua madre, capii che voleva condividere le sue “pene” con qualcuno, e così le rivolsi uno sguardo di consenso, anche se in realtà pensavo che doveva decidere lei se voleva interrompere o meno il suo pellegrinaggio. Le lamentele erano di fatto tutte improntate sul tipo: “ ma chi me lo fa fare, non è roba per me, ma perché mi trovo qui e a fare che cosa”….. Non so se ero d’aiuto ma le suggerii semplicemente di dormirci sopra e che non doveva avvilirsi cosi tanto, ormai anche se avrebbe rinunciato non sarebbe stato un dramma.
Girammo ancora un po’ in questo stupendo agglomerato e ci fermammo per una birra in un altro bar. La sala era grandissima ma non c’era nessuno, solo 2 cameriere che al banco parlavano con la gerente. Strano ma vero, passarono più di 25 minuti prima che qualcuno si degnò chiederci cosa desideravamo bere, e più volte Aldo disse se volevo cambiare posto, ma gli risposi, visto che il tempo non ci mancava, ero curioso di vedere quando qualcuno ci avrebbe degnato di un po’ d’attenzione.

Tricastela

Notte da incubo. Il ginocchio era ancora più gonfio e continuava a pulsare. Decisi di gettare la spugna, perché non volevo essere d’impiccio al compagno tutto in forma. Dopo un abbraccio, avergli dato le coordinate per il volo di ritorno ed augurato buona fortuna, in un attimo mi trovai tutto solo nell’ostello e cominciai a dirigermi verso la piazza. Diedi un occhiata all’orario della corriera e poi incominciai a pensare a come organizzare tutto il rientro. Quando giunsi sul sagrato della chiesa, all’improvviso la cosa prese tutta un’altra forma, e mi dissi: visto che non ero in crisi come la Olandese incontrata in trattoria, se proprio non ce la facevo a continuare. Dopo aver traversato il cortile, mi resi conto che infondo non potevo piegare il ginocchio ma che appoggiare la gamba non mi provocava dolore. Quindi con un po’ di sorpresa mi ritrovai già in pieno proseguo del pellegrinaggio
Tutti gli altri erano in cammino già da almeno mezza ora, quindi mi trovai tutto solo nella selva. Sulla via incontrai un uccellino che non riusciva più a volare, e cercai di non spaventarlo e gli mandai un augurio di buona guarigione. Dopo qualche ora di strada pensai che magari chiamavo Aldo per avvisarlo del mio cambiamento di programma, ma non v’era ancora campo. Più tardi, il secondo tentativo funzionò, e Aldo mi disse che era già a Tricastela e che mi avrebbe aspettato li.
Il dover camminare piano, ha influito parecchio sul modo di vivere il pellegrinaggio. Sembrava quasi d’essere entrato in un’altra “dimensione”. Capì che con una gamba non completavo il normale ciclo di quattro fasi di cui si compone un nostro passo. Siamo talmente abituati o meglio, programmati nelle nostre abitudini, che per noi camminare significa partire da qui e arrivare la, ma che tutto questo comporta una serie di quattro movimenti alternati, poi distribuiti su due gambe, non ci emoziona più o almeno non riusciamo più a gestire il nostro tempo in modo da dedicare e capire che cosa stupenda è il nostro corpo, e quanto è meraviglioso tutto quello che ci circonda. Purtroppo gli obiettivi, magari anche involontari, che ci prefiggiamo, impostano la nostra vita a pensare di gioire su cose che poi solo in stati particolari della nostra mente, riusciamo a capire che sono effimere e prive di valore effettivo, e che spesso ignoriamo le cose più significative e di valore, semplicemente perché sono troppo normali o comuni.
Il semplice fatto che una gamba non riusciva a fare quello che nella nostra vita ormai sembra scontato, aveva innestato nella mia mente un ritmo e una frequenza di percezione “alterato”, ma che era stupendo e sicuramente non paragonabile a gesti evasivi, quali fumarsi uno spinello o una bella bevuta. Mi sembrava di poter viaggiare nel nostro tempo, ma ad una velocità diversa, che la nostra società non riteneva più possibile di potersela “permettere” o di avere il diritto di gestire. Nello stesso momento mi rendevo conto di aver formulato un pensiero che avrebbe portato adito alla tipica espressione “al ga propri temp da pert”, ma in quel momento pur percependo un fastidioso dolore, mi sembrava di essere padrone di qualcosa che avevo perso, e che mi trasmetteva un enorme piacere di aver ritrovato.
Da quel momento mi prefissi che un pellegrinaggio doveva essere percorso ad una velocità diversa da una delle mie gite in montagna, perché altrimenti sarebbe rimasta una gita e niente di più.
All’improvviso scoppiai tutto solo, in una gran risata liberatoria, ma così spontanea che nello stesso momento mi commosse, ma tutto questo semplicemente scaturito dal fatto che la località di quattro casupole che apparve all’improvviso, si chiamava Alto do Poio (cima del pollo), e mi chiedevo se ogni riferimento era puramente casuale o era semplicemente a conferma che viviamo proprio come dei polli.
Dopo qualche ora di continua discesa finalmente intravedo Tricastela, ed entrando nel nucleo rivedo Aldo che mi attendeva. Non vi fu un gran scambio di parole ma l’atmosfera era di comune gioia per essere di nuovo insieme, e quel giorno festeggiammo permettendoci sia un pranzo che una cena, con le varie portate, dessert cafè. Girovagammo per il paese e arrivammo anche ad una chiesa romanica, nella quale stavano celebrando la messe dedicata ai pellegrini. Dormimmo in un ostello privato, semplice e spartano, ma che non aveva i soliti letti in metallo ma in pino, cosa che mi porto brevemente e nostalgicamente a casa. Feci conoscenza di un ragazzo Australiano, e gli raccontai della bella esperienza avuta in Tasmania, ma capivo che non la considerasse particolarmente, ma mi ricordo che i “Tassie” non erano particolarmente considerati dai “Aussie”.
La sera presi i soliti appunti, e nonostante non riuscissi a piegare la gamba avevo percorso 21 km e quasi tutti in discesa, distribuiti su 580 metri di dislivello.

Un grande tratto in campagna

Tratta senza incontri o avvenimenti particolari. Magari perché non siamo andati a visitare il convento di Samos, ma visto che richiedeva una deviazione dal percorso, sempre a causa della mia gamba dolorante, abbiamo rinunciato. Dopo parecchi chilometri, eccoci a Sarria, cittadina attraversata da un fiume, con tante nuove costruzioni e con varie statue e diversi riferimenti al cammino.
Il centro del paese appare con la sua imponente chiesa. Come ogni sabato c’era il mercato e la gente si riversava nella corte dove venivano servite le tipiche specialità della Galizia, il polipo e le costine. Lasciammo alle spalle l’invitante profumo di griglia per proseguire per Barbadelo dove avremmo trovato l’ostello, che risultò essere completo.

Agriturismo Caxigueiro

Per nostra fortuna più avanti un cartello indicava a pochi chilometri un agriturismo, ma quando arrivammo davanti alla Casa Caxigueiro la trovammo chiusa. Aldo non si scoraggiò e chiese informazioni alla signora della casa vicina la quale gentilmente chiamò i proprietari che da li a poco sarebbero arrivati.
La sorpresa fu grande, quando giunsero e ci aprirono, vedemmo una stupenda azienda agricola riattata con estremo gusto e diventata pensione.
Mi colpì specialmente la sala pranzo, dove la canalina scavata nella pietra per raccogliere il liquame delle vacche, era coperto da una lastra di vetro, vi scorreva dell’acqua sorgiva ed era illuminata su tutta la sua lunghezza.
Dormimmo in una comoda “dependance” sopra l’autorimessa, e mi ricordo una stupenda e squisita cena a base di piccoli peperoni ripieni di granchio seguita da capretto con patate al forno.
Prima di coricarci nel tipico lettone da casa rurale, calcolai che avevamo percorso 24,2 km e seguito un sale e scendi di 150 metri.

Boschi incantati

Dormimmo talmente bene che stranamente non erano le solite 6 – 6,30 del mattino, ma le 8,20. Dopo la colazione, visto che era domenica, incrociammo la gente del luogo che si stavano recando a messa. La giornata era coperta e soffiava un fastidioso vento. Camminammo per ore in una stupenda campagna e notai particolarmente queste strane costruzioni che quasi tutte le case avevano come annesso, da quando eravamo entrati in Galizia.
Chiesi spiegazioni e mi risposero che si chiamano orrio, e servono per custodire il granturco, prevalentemente coltivato come alimento per il bestiame, visto che non conoscono la polenta o pani confezionati con questa farina. Sono comunque un simbolo di abbondanza e appartenenza alla regione e sono ornate con simbologie di vario tipo con spunti sia pagani che cristiani. La cosa mi incuriosì ed iniziai a fotografare quelli che mi colpivano maggiormente, visto che quasi ogni casa ne era fornita.
Iniziò a piovere e ci mettemmo la mantellina. In lontananza scorgemmo un lago che diventava sempre più grande ed eccoci a Portomarin. L’ostello sul ciglio della strada era chiuso per riattazione, quindi proseguimmo per trovare alternative, ma la prima pensione incontrata era già completa e quindi via per la prossima.
Troviamo finalmente rifugio in una pensione che francamente era il tipico posto “mungi turista”. Letto piccolissimo con la tendenza a farti rotolare verso il centro, la doccia era una mini vaschetta da bagno con acqua fredda, e ovviamente alla sera non c’era menu, bisognava mangiare “a la carte”.
Sul diario ho annotato che abbiamo percorso 28 km partendo 660 metri, Portomarin era a 350 metri e la meta Hospital de la Cruz si trovava a 700 metri.

Tempo miserabile

Vento da lupi e pioggia non indicavano una giornata facile. Aldo chiama un suo amico di Santiago, suo ex collega di lavoro. Ci diamo appuntamento a Melide, e siamo stati invitati alla Pulperia Casa Ezequiel, dove Manolo ha ordinato un memorabile banchetto. Tra un piatto e l’altro, il proprietario si ricorda di aver già incontrato Aldo e Manolo, visto che anche lui aveva lavorato in Svizzera. Il lauto pasto ci ha fatto rinunciare al dessert, e visto che diluviava, Manolo ci ha accompagnati in automobile per 5km.
A Boente prendiamo ancora un cafè e poi ci congediamo da Manolo e proseguiamo su uno stupendo percorso tra boschi e fiumi, che ci porta ad un bellissimo ostello tutto in pietra, a Ribadiso de Baixo. Vista l’ottima infrastruttura approfittiamo per fare un piccolo bucato. Abbiamo saltato la cena, e calcolato di aver lasciato dietro noi 39 km, di cui però 5 in automobile. Il dislivello era irrisorio, tra vari sali e scendi del percorso non abbiamo mai superato i 60 metri.

Manca poco…

Siamo partiti di buonora, in un paesaggio nebbioso, e pian piano s’apriva lasciando come delle piccole nuvolette sospese sui campi. La strada tutta in salita ci portava ad Arzua, cittadina un po’ squallida a dir il vero. Notai un albergo Suiza all’entrata del paese. Attraversata la lunga via centrale, c’immergemmo di nuovo in piena campagna, con un continuo sali e scendi tra boschi di altissimi eucalipti.
Spesso si costeggiava la strada statale per Santiago e ogni tanto bisognava attraversarla ed era anche abbastanza pericoloso per l’elevata velocità dei veicoli. Più tardi si iniziava a sentire il rumore degli aeroplani che atterravano all’aeroporto di Santiago che si trovava a 11 km dal centro cittadino.
Per non arrivare subito a Santiago, quando arrivammo a San Paio ci fermammo in un bel alberghetto, anche perché per raggiungere l’ostello di Santiago mancavano meno di 5 km, si trova sul colle che sovrastava la città, e può ospitare oltre 600 persone…un pochino grande per i nostri gusti! Il percorso del giorno era di 31,5 km e a parte i 90 metri di dislivello alla partenza, non presentava altre difficoltà.

Ci siamo…

Siamo al gran finale! Ormai l’emozione incominciava a trapelare, mancavano una dozzina di chilometri alla fine del percorso. Giunti alla cima del monte Gozo vedemmo gli enormi resti della visita del papa a Santiago, avvenuta l’anno precedente.
E si, dopo tutti questi giorni passati nella natura, l’impatto con la civiltà era duro. Proseguendo la discesa verso il centro scorgemmo il mega ostello della città, ma il centro stesso era coperta da una densa coltre di nebbia. Perdemmo un po’ il simbolo della conchiglia da seguire, ma la gente ci diceva di sempre proseguire che saremmo arrivati alla meta.
Lasciate alle spalle costruzioni piuttosto recenti, incominciammo ad entrare nella parte antica della città. Le strade incominciarono a stringersi sempre di più e le case erano tutte attaccate una all’altra, e spesso ci si infilava sotto scure arcate in pietra. L’atmosfera era di sapore antico e c’era un certo nervosismo perché non si vedeva niente che potesse indicare che nelle vicinanze c’era una cattedrale, poi d’improvviso, eccoci.
L’emozione era grande, la cattedrale appariva imponente, contornata da varie piazzette laterali e da una grandissima sul lato della scalinata principale.
Ci presentammo all’ufficio del pellegrinaggio, dove ci registrarono e rilasciarono il certificato avendo verificato la nostra “credencial”. Ci informarono che la messa per i pellegrini si sarebbe svolta a mezzogiorno. Bighellonammo intorno alla cattedrale e poi vi entrammo, l’atmosfera era magica.
Scorgemmo subito il mitico “botafumeiro” che pendeva da una carrucola attaccata ad una imponente impalcatura che si innalzava al centro dell’altare principale. Man mano che giravamo intorno incrociavamo diverse facce incontrate durante il pellegrinaggio e ci felicitammo a vicenda.. Scendemmo a visitare la tomba di san Jacopo e devo dire che l’energia era percepibile. Purtroppo il tutto era un po’ kitsh, pieno di coperture dorate, presumo per dare un aspetto un po’ regale a una cripta così numerosamente visitata. La cattedrale incominciò a gremirsi e non trovammo neanche un posto per sederci.
Puntualmente si presentò una suora che cominciò un bellissimo canto. Apparvero poi tre preti, quello locale, più uno giapponese e un italiano che avevano fatto il pellegrinaggio. La cerimonia iniziò con la lettura dei nomi di tutti i pellegrini arrivati quel giorno, elencando da dove erano partiti e la loro nazionalità. Inutile nascondere l’emozione quando disse che sono giunti uno svedese e un italiano partiti da Astorga.
Più tardi, una ragazza messicana che avevamo incontrato sul cammino, ebbe la possibilità di leggere un brano del vangelo durante la liturgia. Con nostra grande delusione però, il “botafumeiro” non venne acceso.
Finita la messa ci riversammo nelle strade della città che era piena di gente perché era festa, ed incontrammo diversi gruppi folcloristici che si alternavano nelle varie piazzette del centro. Mi impressiono la forte impronta celtica della musica ed anche il fatto che i partecipanti erano molto giovani . Conoscendo i dischi di Hevia, non fu una sorpresa trovare questo tipo di musica, ma entrando in un negozio di musica, mi fecero capire che questo ultimo era considerato un po’ commerciale e poco autentico, e mi presentarono almeno 15 nomi di gruppi tipici della Galizia che godevano di una grande considerazione da parte della popolazione locale
Chiesi anche incuriosito come mai così tanti giovani ballavano queste danze celtiche, e mi spiegarono che durante il franchismo non potevano nemmeno parlare la loro lingua, figuriamoci ballare e cantare, quindi questa repressione non ha che amplificato la voglia di ritornare alle proprie radici soprattutto da parte dei giovani i quali, ogni fine settimana, partecipavano ad una gara televisiva, che invitava ogni paese della regione a mandare i loro rappresentanti a confrontarsi tra di loro in tre tipi di balli standard che facevano parte del costume locale.
Nel frattempo ci raggiunse Manolo, che ci porto al mare in direzione di Finisterre, cosi battezzata dai romani, che pensavano fosse il punto più rivolto a ponente della penisola iberica. Conobbi una nuova e gustosa specialità della zona che si chiamava peperoni di Padròn, verdi della grandezza di un 5 franchi, che venivano saltati in padella e conditi col sale grosso quando serviti.

Per concludere…

L’esperienza è senz’altro da consigliare. Mi ha colpito il grande numero di giovani che ho incontrato sul percorso, che in gran parte non erano spinti da motivazioni religiose. Erano in genere più ragazze, e dalle loro confidenze, erano tutte un po’ amareggiate dalla vita, e in qualche modo cercavano delle risposte. Hanno comunque ammesso che non si rimane indifferenti al clima spirituale che circonda il pellegrinaggio.
Però l’arrivo nelle vie centrali di Santiago e il varcare della soglia della cattedrale, sono emozioni uniche e difficili da esprimere. Anche il tipico gesto di picchiare la fronte sulla nuca della statua di san Jacopo all’interno della cattedrale e veder la stessa dall’alto con il suo altare sono emozioni che lasciano un segno.
Mi chiesi, se provassi a percorrere uno dei tanti cammini alternativi a quello francese? Avrei scoperto qualcosa di diverso? Col motto provare per credere, magari, chissà, l’anno prossimo!…